Perché l’Europa fa la “free rider” (per ora)
Stati Uniti contro paesi emergenti, volano stracci tra banchieri centrali
I paesi emergenti sono stati la stampella sulla quale il mondo occidentale ha potuto contare subito dopo lo scoppio della crisi finanziaria, nel 2008. Liberarsi di quella stampella come se nulla fosse, abbandonarla soltanto perché adesso si riesce a camminare sulle proprie gambe, non è dignitoso. Raghuram Rajan, da settembre scorso governatore della Banca centrale indiana, è stato tranchant nella sua intervista di due giorni fa a Bloomberg India, rilanciata ieri sulla prima pagina del Financial Times: “La cooperazione monetaria internazionale è a pezzi”, ha detto riferendosi alla scelta della Federal reserve statunitense di confermare la graduale stretta della propria politica monetaria.

I paesi emergenti sono stati la stampella sulla quale il mondo occidentale ha potuto contare subito dopo lo scoppio della crisi finanziaria, nel 2008. Liberarsi di quella stampella come se nulla fosse, abbandonarla soltanto perché adesso si riesce a camminare sulle proprie gambe, non è dignitoso. Raghuram Rajan, da settembre scorso governatore della Banca centrale indiana, è stato tranchant nella sua intervista di due giorni fa a Bloomberg India, rilanciata ieri sulla prima pagina del Financial Times: “La cooperazione monetaria internazionale è a pezzi”, ha detto riferendosi alla scelta della Federal reserve statunitense di confermare la graduale stretta della propria politica monetaria (il cosiddetto “tapering”), scelta che ha dato il via a un repentino deflusso di capitali dai mercati emergenti. “I paesi industrializzati devono fare la loro parte, non possono lavarsene le mani e dire a quelli emergenti: ‘Faremo quanto necessario, mentre a voi spetta l’aggiustamento’”, ha continuato Rajan, in passato professore all’Università di Chicago e capoeconomista del Fondo monetario internazionale.
I rischi di uno scarso coordinamento delle politiche economiche, effettivamente, già si vedono: i capitali che negli scorsi anni erano affluiti nei paesi emergenti alla ricerca di rendimenti più elevati (rispetto a quelli garantiti dai titoli di stato americani, per esempio, schiacchiati dal tasso d’interesse a zero e dagli acquisti di asset della Fed), si stanno ritraendo bruscamente. Nella settimana che ha preceduto l’ultima riunione della Fed, quella di mercoledì scorso in cui Ben Bernanke ha confermato la riduzione di altri 10 miliardi degli acquisti mensili di asset (ora a 65 miliardi di dollari), i fondi impegnati nelle sole Borse dei paesi emergenti hanno ritirato 6,3 miliardi di dollari. Una fuga così rapida non si vedeva dal 2011. D’altronde la Fed, per statuto, deve tener conto solo di quanto accade nei confini statunitensi, dove nella seconda metà del 2013 il pil è cresciuto del 3,7 per cento e lo stimolo monetario è dunque meno necessario.
“Rajan ha ragione all’80 per cento – dice al Foglio Andrea Goldstein, economista dell’Ocse che segue i paesi emergenti – La crisi sarebbe stata più profonda, anche in occidente, se la Cina per esempio non avesse attuato una politica fiscale molto espansiva tra 2008 e 2009, cercando di fondare la sua ripresa sulla domanda interna e non più solo sulle esportazioni. Anche Brasile, Russia e India hanno optato per politiche espansive”. Politiche non sempre ben congegnate, che spesso hanno aumentato le inefficienze della stessa spesa pubblica – continua Goldstein – e ciò spiega il 20 per cento di torto che ha Rajan. Gli emergenti non hanno utilizzato i tempi delle vacche grasse per riformare i loro sistemi economici. D’altronde il banchiere centrale indiano, che per frenare l’inflazione e la fuoriuscita di capitali ha appena alzato il tasso di riferimento all’8 per cento, solleva un problema politico: “L’Amministrazione Obama, dopo il G20 di Londra del 2009, in cui il coordinamento internazionale fu massimo, ha perso molto del suo afflato multilateralista – dice Domenico Lombardi, del think tank canadese Centre for International Governance Innovation – Dalla Fed, con il cambio alla guida tra Bernanke e Yellen, ci si attendeva una maggiore empatia retorica col resto del mondo. Invece, all’ultimo meeting della Fed, non c’è stato nemmeno un riferimento ai possibili contraccolpi esterni delle scelte di politica monetaria”.
Non tutti gli emergenti, poi, sono uguali. Alcuni – come la Turchia, l’Argentina o il Sudafrica – ci mettono del loro, a suon di instabilità politica e virate populistiche, a convincere gli investitori a cambiare aria. Così, mentre l’alluvione di denaro “made in Usa” accenna a diminuire, i capitali in cerca di rendimenti migliori e più sicuri riscoprono perfino l’Eurozona. Secondo il Financial Times, era dal 1996 che non si vedeva – da parte degli investitori statunitensi – una corsa ad acquistare azioni europee come quella vista tra fine 2013 e inizio 2014. “Ma sono soprattutto i titoli di stato dei paesi periferici, Italia inclusa, a tornare attraenti – dice l’analista di una primaria banca anglosassone – Il rischio di disgregazione dell’Eurozona non c’è più. Inoltre, a gennaio l’inflazione è ancora in calo (0,7 per cento secondo la stima di Eurostat, dallo 0,8 di dicembre, ndr), perciò ci si attende una politica più accomodante della Banca centrale europea per sventare il rischio deflazione. L’Europa, nello scontro tra Fed e paesi emergenti, agisce dunque come un ‘free rider’”. Assiste cioè allo scontro senza pagare il biglietto, beneficiando dei risultati. Ieri il ministro dell’Economia Saccomanni di fatto lo ha ammesso, definendo l’area euro come “un’isola di tranquillità, in questi momenti”. Dopodiché, dice l’analista Mario Seminerio, “una crisi prolungata nei paesi emergenti si può ritorcere contro di noi. Se gli emergenti iniziassero a importare meno e a esportare di più, produzione e investimenti in Europa subirebbero un arresto. L’ennesimo impulso deflazionistico per un continente la cui flebile ripresa si è finora fondata proprio sull’export”. E sarebbe la vendetta degli emergenti, abbandonati dalla Fed come una stampella inutile.